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I LUOGHI DI PALUDE

GIOVANNI TESTORI

Quando si evoca il lungo, tumultuoso cammino di Sergio Vacchi, lungo, tumultuoso, dorato, violastro, perfin bavoso, epperò sempre coerentissimo e, dunque, per chi lo visiti o lo studi, d’un potere coercitivo pressochè unico, ciò che viene avanti non è un’immagine; non è una figura; e nemmeno, di figure, un glorioso e, insieme, esecrando coacervo, non è, insomma, qualcosa che appartiene al dominio dell’icona; bensì, una sorta di lutulenta palude; Forse, un dissacratissimo Stige; forse, anche, un Campo Flegreo senza più dei e, dunque, senza più né giudici, né giudizi, né connesse pene.
Ciò che vien avanti, appartiene, dunque, al dominio della materia. Si tratta d’una materia che non ha mai conosciuto la caduta nell’informe; ferocemente e sadicamente attenta, anzi, a rintracciare, dopo ogni evento storico (dunque, figurale) il suo ubi consistam; la sua stanza; il suo illimite scantinato. Una grigità impiastricciata e poltigliosa; una grigità che sta a mezzo fra quella delle perle morenti o, comunque, moriture, e quella dei pantani, delle nebbie e delle brume, ci si rivela ben presto come i tono, anzi, il colore, meglio ancora, come la reale e tangibile sostanza di cui quella palude è fatta; e, tramite i miasmi dolciastri e velenosi che ne salgono, di cui è fatto lo spazio che, in modi sempre imprevedibili, attorno e sopra quella palude, si costituisce; attorno, sopra ma, altresì, sotto.

Sotto, dove riposano, forse, i morti, dunque, le gia-forme, le già-figure, le già-icone? E non saranno proprio loro, i morti, le gia-forme, le gia-figure e le già-icone, a far colar fuori dal loro lento, putrido e nauscante “ammollo”, quella grigità, dunque, quella sostanza? Non saranno loro, di tale palude, l’indispensabile cibo e letame? Un letame, a modo suo, persin costruente. Questo ancorché i luoghi o, forse, il luogo di Vacchi tanto si rivela stabile quale statuto poetico, quanto si rivela insicuro e inabitabile quale statuto figurale.

La condizione primaria di tale luogo è la gelatinosità; quanto dire qualcosa che, mentre ai costituisce davanti a noi, mostra d’aver in sé il bisogno di disfarsi, di tornare ancora giù, più giù – e per sempre nella anonimia di ciò che non ebbe mai né forma, né senso. La vera grandezza, e sgradevolezza, della fantasia di Vacchi abita in questa coesistenza “oppositorum” (sempre che davvero, in lui, si tratti di opposti); ben più, e certo, che nel piegare, perfino gli elementi di gusto, in ragioni di disgusto. Disgusto che talvolta si accanisce contro di sé e, disperato, per non perdere, diventa rivolta.
Già, ma davanti, dentro, sopra e sotto a tale palude, a tale Stige o Flegreo Campo, che senso ha, per noi che guardiamo, rivoltarci?
Lo spettatore può, al massimo, fingere; fingere che quei quadri, quelle serie, anzi, di quadri, dunque, quei cicli, non esistano. E, tuttavia, se uno dei quei dipinti s’è visto, tale finzione non è protraibile a lungo. Arriva il giorno e l’ora in cui, quando meno ce l’aspettiamo, quel quadro, proprio con la subdola e onnivora potenza-prepotenza del liquame, ci viene addosso; di sé interamente ci bagna; e in sé, a poco, a poco, ci seppellisce.
Quale possibilità ha un simile luogo di costituirsi come Galleria di ritratti, anzi, prima ancora, di farsi “fabbrica dei medesimi? Forse bisognerebbe considerare la forza di sollevamento del pantano e della sua ricaduta in se medesimo che mostrano tutti i cicli di Vacchi. Al ciclo, perché si effettui e si costituisca, sembra necessaria una talquale precisione d’intelligenza affabulatoria. Ora, di tale intelligenza, Vacchi e dotatissimo; anche se su di essa, e con essa, non ha mai voluto “marciare”. Come accade a tutti i veri poeti dell’ignoto (che non coincide affatto col surreale) a Vacchi non è stato mai possibile sistemare oltre ad un certo punto la storia che, sempre grondando, si alzava dal suo habitat; cioè a dire dalla grigità della sua palude. Coinvolto in essa, Vacchi sapeva e sa che il suo compimento primo e ultimo è la poltiglia, il glutine, la gelatina, di cui il suo habitat è composto. I grandi cicli di Vacchi nascono sotto l’impossibile e pur esistente patronato del disfacimento. Anche i ritratti, ovemai si decideranno ad apparire, seguiranno un eguale percorso? Ma, allora, occorrerà a Vacchi una tensione e, io direi, una ferocia ancor maggiori di quelle con cui normalmente lavora: esse dovrebbero consistere nell’appropriazione, anche amorosa, dello statuto psicofisico dei vari prescelti alla “gran ritrattata del mondo” e nel trascinare, poi, tale risultanza entro il liquame totale; nell’affondarla, insomma, nella sua impietosa salamoia; nel suo impietoso “salmì”.
Ma, ecco, ragionavamo sulla possibilità o meno d’un evento, e guardate: la superficie apparentemente calma della palude, l’Abano cupa e maledetta di Vacchi, prende a muoversi. Par come agitata, quella palude, da un bisogno di far bollire la sua sostanza oltre la norma; o, comunque, altro che non sia la norma della sua creatività. Quale sarà mai la ragione di tale surriscaldarsi? E che, o chi; intendo, quale oscura necessità ancor ignota o quale, anzi, quali oscuri esseri s’agitano ora di sotto la grigità della vacchica salamoia, del vacchico “salmì”? Bisognerà attendere ben poco; ed ecco, dovremo riconoscere che, a proposito dei ritratti, anzi, della “gran ritrattata”, c’eravamo completamente sbagliati. L’azione d’appropriarsi dello statuto psico-fisico dei prescelti, Vacchi l’aveva già compiuta; tempo per tempo, anno per anno; giorno per giorno; e con una forza di latrocinio da farcelo pensare dotato di zampe, unghie,forbici e bisturi; da fare credere che qualcosa di sadicamente, ma altresì di sacralmente liturgico, muovesse la nascosta e taciuta necessità del suo ciclo ritraente. Non v’era bisogno alcuno che Vacchi immergesse quegli infiniti statuti nel suo Stige, perché l’ammollo in esso li rendesse “personae dignae” d’entrare nel suo epico sfacelo; Vacchi ve li aveva gettati ben prima. Come funeste gocce di sperma creante, quegli statuti, Vacchi li aveva già seminati, tra rabbia e amore, dentro l’alta e solenne coltre della sua sconfinata palude. Come accade ai veri inventori, il più, insomma, era già stato fatto; nel silenzio dei giorni che son come notti, e nelle notti che son più laboriose dei giorni, forse senza pensare a un vero e proprio ciclo; almeno fino a quando la stessa quantità di prescelti avesse preso a urlare e, quasi, a invocare, di poter ancora aver fiato, di poter ancora aver labbra e vista. Ed eccoli lì, ora; li, o qui; loro (noi, anzi), i prescelti. Presiede sempre alle fantasie più corusche e fatali una sorta d’inspiegabile capacità ad architettare i loro fantasmi. E Vacchi, che fa? All’habitat, perché fosse come una città, necessitava il “coemeterium” (pur per chi, vivo, alle volte fosse o si credere ancora), ed ecco Vacchi, dopo averli fatti seccare como terrecotte atemporali, allineare i ritratti uno accanto all’altro, fila su fila. L’habitat sta per avere i suoi loculi: gli uomini, le donne che nella sua vita, immagino soprattutto quella intellettuale, ebbero più importanza, se ne stanno li, guardati e insieme guardiani della sua stranita e muta città. Della strepitosa somiglianza psichica, ma anche fisica, anche il derma oltre che d’ossa, di questi ļoculi conviene lasciar che parlino i loculi stessi; soprattutto se, per oscure ragioni, (ma la gioventù ebbe pur ad esistere tra Milano e Bologna, è vero, caro Sergio?) vi ci si trova nel mezzo.

Da parte mia dico soltanto che a recare peso e solennità alla sua “ritrattata”, Vacchi ha sparso qua e là o, forse, ha lasciato che colasse loro sopra, quell’impareggiabile viola in cui è maestro e che proprio per questo è solito usare con estrema parsimonia. Sono macchie, quei viola che chiazzano di sé i visi. Sono vino? Ira? Vergogna? Forse, le tre cose insieme. Rossori d’amore; frammenti d’antiche porpore; segni di colpe e malattie indicibili. Vacchi ha lasciato che la risposta fosse un aureo privilegio d’ogni singolo ritrattato. Qualche onore, Vacchi, doveva pur riservarlo ai prescelti, vivi o morti, o comunque morituri, che fossero, dopo averli tenuti a macerare nel suo strepitoso salmì. E l’onore, qui, è il colore che hanno le aquilegie dell’estate e i colchici dell’autunno.