DISEGNI E INCISIONI DEL NOVECENTO

ALIGI SASSU DIPINTI 1930-1990
4 Maggio 2021
ENNIO CALABRIA
4 Maggio 2021

Diario Disegno
Francesco Gallo

Un dario antologico dedicato al disegno si presenta come punta di diamante di un collezionismo voglioso di padroneggiare di tutto, dalle cose di valore affettivo a quelle di prestigio, dai nomi conosciuti da pochi a quelli di risonanza internazionale. Se poi a metterlo insieme è un mercante, acquista una valenza in più a quella della proposta e del suggerimento, di una raccolta ideale, dove si accostano cose diverse la cui coerenza va cercata nelle linee interne del gusto che ha messo insieme il figurativo e l’astratto, l’impressionismo e l’espressionismo, il classicismo e l’avanguardismo. Tutto questo, intende, più per suggestioni latenti che per dichiarazioni patenti, inclinando l’asse della bilancia verso il peso ideale delle proprie preferenze particolari, più pronunciate. Equitibrando preferemze ed assenze, col pudore degli amori dichiarati alla luce del sole, e delle passioni vissute all’ombra di un desiderio nascosto. Già, perché i disegni si prestano ad una molteplice stratificazione di segretezza al giudizio sommario, affrettato di cose piccole che possono essere nascoste come lettere d’amore già lette, ed essere esibiti come campionatura di uno schema intimo delle grazie e delle apparizioni.
Il disegno è titolare di una preziosità e di una raffinatezza che non pone a tutti lo stesso interrogativo, ma la pone solo ad alcuni, a quelli che sono disponibili a dividere una linea dall’altra, una macchia dall’altra, come in una operazione chirurgica d’alta drammaticità. Eppure, come in ogni diario, la cancellatura, la sottolineatura, la ripetizione, fanno parte delle pagine in cui si annotano i fatti della giornata, le irrepetibili sensazioni di benessere della riflessione.
Riflessione che il disegno propone come seguito di un racconto senza parole di grande fascinazione, trattenendo nei pochi o nei tanti tratti che lo compongono le derivazioni significanti di un alfabeto che non si queta mai, ma spinge sempre oltre, ponendosi come oggetto di successive contemporaneità, come tutte le pagine di una storia infinita. Così, come ogni giorno è un giorno, ogni disegno è un disegno, dettato dai bisogni di un momento diverso quindi dal sogno di un dipinto che racchiude un universo di attimi fuggenti e li coniuga in funzione di rottura della tirannia del tempo imprendibile.
I nomi del firmamento artistico europeo di questo secolo, hanno tuti, chi più, chi meno, compiuto una traversata nel disegno, di tipo culturalmente diverso da quello della tradizione, almeno fino alla rottura romantica del processo di formazione del quadro e di studio della scultura. Un disegno divenuto libero dalla servitù preparatoria generale e specifica, e portato alla stregua di corpo superficiale, alla considerazione intrinseca di opera finita.

Un disegno rivalutato dall’emergenza del segno nella sua qualità totale di strumento della comunicazione e dell’espressione e di elemento alfabetico dei nuovi media, ergendosi a vero e proprio paradosso vivente.

Il disegno proviene, infatti, dai meandri della prima essenza, come testimonianza di attraversamento, di passaggio da un territorio metafisico della sapienza.

Ed oggi, come il mitico uccello, sorge a nuova esistenza, lungi dall’essere travolto dalle virtù seduttive del colore e dalle attrattive erotiche delle forme piene. Il disegno impone le sue qualita analitiche per eccellenza, scorticando gli emblemi naturali e le artificialità fisiche, e mettendo in evidenza le nervature convenzionali dell’arte in quanto teoria e prassi incorporate.

Nel disegno si attaccano l’antico e il nuovo dell’arte, contribuendo ad una universalità, affidando al supporto effimero della carta un ruolo di durezza e resistenza. Durezza del disegno in quanto tale, in quanto taglio della superficie ed affidamento ad essa del ruolo di supporto della traccia e dettaglio della scrittura immaginaria. Resistenza ad assumere fino in fondo un ruolo di contestazione al concettualismo teso alla smaterializzazione assoluta, in favore di un ritorno alla consistenza anche se deve somigliare a quella della confusione delle lingue. Proprio nel disegno emerge la prepotente personalità dell’artista, la sua capacità di sfida dell’ordine e della sequenza, rivolta verso l’innovazione delle forme e il rivolgimento dei contenuti, nella ricerca non lineare, ma non equivoca, dello sbocco nello specchio personale del dubbio e dell’ironia. Stando attenti a non disperdere il volume delle certezze provenienti dalla storia, come sedimentazione e come stratificazione di scuole e tendenze? Certezza, seppure franabile, su cui poggiare le fondamenta di ogni devianza e di ogni trasgressione, vera e propria salvezza della pesante polvere della ripetizione, confinante indesiderata della morte.
Nella oppositività radicale di bianco e nero, che non viene scalfita da un eventuale uso del colore diviene a raggrumare tutta la sapienza interpretativa delle forme, nel percorso a profonde contraddizioni che attraversa intere civiltà dell’immagine, per mettere in rilievo, ora aspetti di pura ansia analitica, ora aspetti di fredda comunicazione. Drammatizzazione e ironia, restano le due polarità estreme in cui l’umorismo, la caricatura, la pura gestualità lucida, inseriscono le propaggini di una resa moltiplicante delle possibilità di un mezzo tutto sommato povero, fatto di poche cose. Eppure capace di sopportare un carico di situazioni di non lieve entità, confermando, con ciò, la valenza concettuale di ogni forma d’arte visiva, di cui il disegno è l’aspetto smaterializzato per eccellenza. Si contano le diversità in quanto sopravvivenza e si contano diversità in quanto novità, per cui non è mai la stessa cosa che divide uno dall’altro.
Quando si agisce nel quadro di una medesima scuola, lo scontro e solo di personalità e di punti di vista, quando si saltano i confini stilistici, allora la differenza è tra mode diverse, a testimonianza che fuori dalla cultura antropologica, esiste un movimento irrefrenabile che travolge tutto quanto incontra sul proprio cammino, intaccando anche la propria identità.
Per cui tutto cambia continuamente e cambia anche il nostro modo di vedere, sminuendo la portata dell’oggettività che viene assorbita dalla soggettività. Non si vede quello che c’è, ma quello che si vuole vedere, o che gli automatismi della cultura portano a privilegiare.
Alle volte riesce difficile fare dei confronti e trovare motivi di comunanza che giustifichino uno stare insieme. A questa difficoltà non bisogna arrendersi senza condizioni, accettando il segno della discontinuità ed elevandolo a motivo ispiratore della complessità che non esige una coerenza a tutti i costi. È questo il vantaggio di una visibilità che non si lascia confondere dai meandri labirintici, ma sappia vedere attraverso le separazioni e le lacerazioni, fuggendo l’impossibile mito dell’unità. Dall’incanto del coro, emergono i nomi che sono diventati parte del comune patrimonio e della materia del contendere, protagonisti di rotture clamorose e ritorni all’ordine. Nomi che sono vere caratterizzazioni dello spirito del tempo, capaci di cogliere gli spiragli di fuoriuscita dal conformismo delle attualità ancora più difficoltoso dell’inseguirsi di mete che non esistono o se esistono sono saldamente presidiate. Per cui occorre, come è occorso in tante stagioni precedenti, misurarsi con gli accadimenti disciplinari, ma anche con quelli interdisciplinari che raccolgono il meglio delle potenzialità che si sono espresse e mettono in rilievo le zone cartograficamente vergini o ritenute tali a causa del contemporaneo sommarsi e sottrarsi di ricchezze e povertà a seconda che prevalga la decoratività o l’essenzialità. Soffermarsi su alcuni, nell’impossibilità di distendere su tutti il senso svelatore della scrittura, vuol dire immergersi nel bagno purificatore di una critica che sceglie, che indirizza, che svolge un ruolo di indicazione, di segnalazione, di distinzione.
Picasso, innanzi tutto, con tutto il suo bagaglio di dissacrazione e di sconvolgimento, attraverso un’in tera epoca di tempo materiale e morale. Picabia, dapprima post impressionista e poi fauve, fino all’incontro con Duchamp divenuto fonte di metamorfosi continue e sperimentazioni, che continuano ad avere effetti nel nostro tempo, pop e concettuale, ben oltre la sua morte fisica. De Chirico, padre di tutto l’universo che si chiama Ernst, Dalì, Mirò, Masson, Man Ray, Magritte, portatore di una visione fantastica del mondo e delle sue cose, tra sogno e allucinazione, Henry Moore, manipolatore di derive classiche e suggestioni antropologiche, innestate sulla lezione storica vista attraverso la lente del Canova e della scultura ottocentesca, filtrata dalla genialità di Arturo Martini. Autentico facitore Martini, capace di scartare i volumi come entità fisiche, per recuperarli in senso lirico, come pensiero che si materializza in un sistema di segni pesanti, come lo sono le leggende che fanno da specchio alla realtà. Grosz, autentico disfacitore di reputazioni, con la sua critica feroce di mode e modi della società dei piccoli sentimenti, delle piccole passioni, delle spudorate crudeltà, il tutto fatto attraversare dalla sottile lama di un bisturi di nome matita.
Clerici, binario parallelo a Savinio, solitario come lui, senza per questo sentirsi sospeso dalle possibilità di dialogo con le forze invisibili che reggono il mondo delle sue suggestioni teatranti. Sembra uscito dalla vena romanticheggiante delle catastrofi e degli sgretolamenti, e rappresenta l’autentica riserva del nostro immaginario.
Andy Warhol, selvaggio rifacitore di situazioni insignificanti, come di scene drammatiche con la ridondanza di un’ossessiva ripetizione, fino a cifrarle come mitografie del nostro costume borghese e metropolitano. Come lo sono le progettualità ambientali di Kounellis, ridotte in disegno a modo di taccuino per la memoria futura, di simboli criptici, alchimici, per misturare l’ordinario col fantastico. E. Bellmer, Pirandello, Ziveri, De Pisis, Guttuso. E gli scultori, Manzù, Marino, Greco, Bodini, Perez. E la fasciatura drammatica di Sironi, distillatore dell’antico nel moderno, della commedia nella tragedia, con la prevalenza di una visione dei toni scuri, d’ombra incombente nei cuori, nelle menti.Volendo schematicamente sintetizzare il senso della diversità, senza nessun intento di annullarla anzi esaltandola come essenzialità di una molteplicità sincronica, bisogna mostrarla nella molteplicità del suo essere. Accadono cose diverse sotto uno stesso tetto, sotto uno stesso cielo, accadono anche all’interno di ciascuno di noi, facendo dello scandalo il mezzo ordinario per ottenere udienza, per essere presi in considerazione dal macchinario infernale della valutazione e della classificazione. Al disegno non resta affatto, però, un ruolo marginale, di pura testimonianza, anzi la sua importanza è andata crescendo con il crescere dell’attenzione verso i fatti officinali, verso le scoperte dei versanti segreti dell’invenzione. Questo di pari passo con l’accrescersi, nella cultura contemporanea, per l’attenzione semiologica, per la scienza dei segni, che ha fatto gioco alla sensibilità, al gusto, all’estetica, convogliando sul disegno un interesse autonomo, per la cosa in sé. Ciò comporta, ogni volta l’utilizzazione del versante teorico del linguaggio critico, come per la fotografia d’arte, disperdendo, forse parte della carica di suggestione che dai disegni promana, ma conquistando delle solide motivazioni che sono le strutture portanti dell’evento artistico, della moda, oltre la moda.