ARTHUR LOOSLI
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ALIGI SASSU DIPINTI 1930-1990
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Leonardo Sciascia

Les Grimaces: le maschere, stando al più antico francese; ma poi- senza molto discostarsi dall’antico significato – le smorfie, le caricaturali imitazioni, il viso d’allarme o di minaccia, le espressioni del disgusto, del dolore, del dispetto. Il visaccio, toscanamente, i visacci. O piu propriamente, per la comune radice, le grinte: solo che la parola, in italiano, è stata usurata e stravolta dall’impiego nelle cronache sportive e politiche, a indicare forza, fermezza e tenacia.
Ma per i due disegnatori che hanno assunto la parola Grimaces a tema e titolo di una parte della loro opera (forse della parte migliore), conviene in italiano tradurre o in “maschere” in “espressioni”: e senza l’articolo nel primo caso, per conferire alla parola il senso di volti atteggiati in maschere, fissati in maschere, raggelati ad esprimere sensazioni e sentimenti (Pirandello: “ maschere nude”, volti cioè che sono, per il momento in cui la vita li fissa, nudamente maschere); mentre non nuoce l’articolo alla parola “espressioni”, a dare il senso che si tratta di un inventario, di un catalogo di espressioni. Personalmente daremmo la preferenza ad ‘espressioni”, implicando nella parola l’ismo che ne è derivato.
Espressionismo avant la lettre per Louis Boilly, espressionismo sincrono per Frans Masereel.

Ma indugiamo ancora un po’ sulla parola. Grimaces sono anche le pieghe, le spiegazzature, i segni non regolari e casuali. In sloveno e in croato parola di uguale suono e scritta quasi allo stesso modo (grimacè) indica i muretti a Secco, di confine o di terrazzamento, della terra carsica: e ce ne ricordiamo non per conoscenza della lingua slovena e della croata, ma per la conoscenza delle cose di Oton Gliha, pittore che assiduamente, e in variazioni che si possono credere infinite, ritrae quei muretti, quella terra: quasi che le grimacè fossero le linee di volti umani, quasi che mettessero ordine di espressione, di sentimento nella desolata e aspra geologia carsica. E questo richiamo alle grimacè di Gliha non è estravagante rispetto alle grimaces di Boilly: pone l’analogia tra il volto umano e il paesaggio in quanto “forme” e in quanto “stati d’animo” ( a parte il fatto degli “stati d’animo” che i voli umani esprimono).

Non potendo, dunque, tradurre in “grinte’, è meglio, per le tante e varie suggestioni che vi si raccolgono, mantenere la parola grimaces, les grimaces di Louis Boilly.

Louis Léopold Boilly nacque a La Bassée, nel nord della Francia, il 5 luglio del 1761. Dal padre, scultore in legno, apprese l’arte del disegno. A quattordici anni si trasferì a Douai e poi ad Arras, lavorandovi come ritrattista.
Nel 1784 si stabilisce a Parigi: è gia pittore di ottimo mestiere e dedito a dipingere, con minuzia di segno e smalto di colori, scene salottiere e galanti. Il che non trova grazia nella temperia rivoluzionaria di qualche anno dopo: ma un Trionfo di Marat tempestivamente dipinto lo salva dai rigori del tribunale rivoluzionario.
Da quegli anni in poi, oggetto della sua pittura è la borghesia, prevalentemente colta in scene che si dicono “di genere” e che son poi le stesse (una classe che sale al posto di un’altra imita sempre 1’altra in dissoluzione) che prima si dicevano “galanti”.
Appunto parlando della pittura “di genere”, Mario Praz dice di Boilly “che da levigatezza ed eleganza neoclassica alla maniera desunta dagli Olandesi, e tratta anch’egli scene della borghesia, il caffe, il biliardo, la partenza della diligenza, scenette drammatiche di sapore galante, visacci del essere inaugurato dal Hogarth” (per quanto riguarda gli Olandesi, e che Boilly li avesse amati e studiati, è da ricordare che Jules Goncourt si teneva in camera da letto un “grand dessin de Van Loo, provenant de la vente Boilly” ma non sappiamo se di Jean Ilaptiste, di Carle o di Michel). “Ma i pittori di genere” – aggiunge Praz – “sono legioni dalla seconda metà del Settecento in poi”: solo che Boilly non è da confondervelo. Nella mostra dei capolavori della pittura francese dell’Ottocento, tenutasi a Roma nel 1955, due quadri di Boilly (Le prix de l’harmonie Portrait de jeune garçon) stavano a rappresentare il trapasso dal XVIII al XIX secolo, da una pittura “da camera” a una pittura “da campagna” (e anche da campagna militare), da una pittura che faceva dire a Diderot (a proposito di Boucher):”vi sfido a trovare in tutta una campagna un solo filo d’erba che somigli
a quello dei suoi paesaggi” a una pittura non soltanto attenta ai filid’erba ma a quello che Marx dirà “l’uomo umano, l’uomo sociale”.

Di questa attenzione Boilly dà prova, più che nella pittura, in una serie di litografie cui lavora dal 1823 al 1828 e che, stampata e venduta da Delpech, portava esattamente questo titolo: Recueil de Grimaces par L. Boilly. Novantasei tavole tutte dello steso formato (38 centimetri per 27) e tutte, nel disegno, di uguale misura (19 per 16).
Quasi tutte le tavole portano una dicitura esplicativa. Henri Harrisse, nel saggio Louis Boilly peintre, dessinateur et lithographe (Parigi, 1898, ne ha dato il catalogo completo.
Sono tavole in cui si sente Hogarth, come giustamente ha notato Praz, in cui si sentono gli Olandesi (andando anche più indietro dei Van Loo; ma in cui ce anche il presentimento di Gavarni, di Daumier.
Ogni tavola è un grappolo di volti, di maschere, di grimaces: rappresentano le stagioni, i sensi, i peccati capitali, i medici e le terapie, i mangiatori, i bevitori, i mestieri: ma in deformazione, in caricatura. Un mondo atono. Come se la vita davvero fosse una furente favola raccontata da un idiota, senza alcun significato al di fuori della più cruda e crudele fisiologia, dei più crudi e cru-
deli appetiti.
E c’è ancora un grande nome da fare: quello di Goya. Pur diversissimi, anche questi capricci di Boilly sono da iscrivere nel sonno della ragione.